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Collaborazioni

Oltre i confini: il desiderio di scoperta e l’immensità dell’universo raccontati da Silvia Sangiorgi

Nel cuore dell’Isola d’Elba, terra di mare e stelle, in concomitanza con il triathlon Elbaman svoltosi nel weekend del 23-24 settembre, è stata organizzata una mostra scientifica in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Il pubblico ha potuto immergersi nei misteri del cosmo, nell’osservazione della Terra e nelle routine al centro delle missioni spaziali, guidato da un eccezionale intervento di Silvia Sangiorgi, figura chiave del progetto EXOMARS TGO, e dagli esponenti di Legambiente.

Le esperienze e riflessioni di Sangiorgi – che al termine dell’evento ci ha generosamente concesso un’intervista -, aprono nuove prospettive su come le missioni spaziali possano influenzare la nostra percezione del mondo. Attraverso un viaggio di scoperta oltre i confini dell’ignoto, gli esseri umani si pongono l’obiettivo di sondare l’immensità e le sfide della natura, determinati a rispondere all’interrogativo su quale sia il nostro posto nell’universo.

Buon pomeriggio Silvia, e grazie per questa intervista. È un vero piacere averla con noi. Cominciamo con una sua citazione: “Quando parliamo di vicinanza nello spazio tutto è relativo”. In questo breve video introduce infatti un concetto particolarmente interessante. La distanza che separa Marte dal pianeta Terra può arrivare a 400 milioni di chilometri, ma a percorrere questo spazio la luce e il segnale radio impiegano circa 22 minuti - per singola tratta. Scegliendo un esempio pratico, significa che per scattare e osservare una fotografia dobbiamo aspettare più o meno 44 minuti. Ciò che guardiamo, quindi, è sempre un po’ il passato. In che modo il tempo nello spazio influisce sulle operazioni per lei quotidiane?

Nella quotidianità non ha un grosso impatto: è un’assunzione che abbiamo fin dall’inizio e per noi è naturale operare il satellite in questa maniera. È anche vero che la distanza fra la Terra e Marte non è costante: dipende, possono essere anche all’opposizione. I circa 400 milioni di km rappresentano infatti il massimo, ma a distanze più ravvicinate possiamo inviare comandi in 5-6 minuti circa. E i tempi di ogni operazione quotidiana sono già preventivati in ogni procedura. 

Quando avviene qualcosa di inaspettato, invece, questa dinamica ha maggiore impatto: la volontà di risolvere nell’immediato un problema ci porta alla constatazione che il “subito” non può essere “subito”. Occorre pertanto re-strutturare la propria mente, e fronteggiare il problema cercando di ottimizzare il modo in cui si desidera agire. E il risultato non è immediatamente visibile. Un esempio concreto, in questi casi, può essere quello di inviare più di un comando, anziché uno soltanto, per generare una serie di eventi e riuscire a fronteggiare la situazione.

Considerando i viaggiatori del passato, navigatori di mari inesplorati, pensa che le missioni spaziali di oggi, come ExoMars, riflettano lo stesso desiderio umano di scoperta e avventura? Crede che ci sia - nonostante le diverse modalità - un filo conduttore tra la curiosità e il coraggio dei primi navigatori e lo spirito degli esploratori spaziali contemporanei?

Assolutamente sì, sono convinta che sia così. Credo sia questo lo spirito che ci differenzia dagli animali: lo spirito che ci permette di crescere ed evolvere – certo, non esclusivamente con esiti positivi in ogni ambito. Dobbiamo ammettere però che l’umanità è più consapevole di un tempo, e questa espansione della consapevolezza collettiva, e delle capacità intellettuali collettive, sono dovute proprio a queste spinte di esplorazione. 

La spinta verso l’esplorazione spaziale nasce dal profondo desiderio di toccare i confini dell’ignoto, approfondire la conoscenza del pianeta in cui viviamo e svelare i misteri della nostra storia: come siamo arrivati qui? E perché? Si tratta di una ricerca inestinguibile di risposte che ci permette di collegare il nostro passato al nostro futuro, di interpretare le nostre origini per delineare il cammino che ci attende. Gli esploratori di un tempo erano mossi dalla stessa curiosità, spingevano i limiti della conoscenza per ottenere una visione più chiara e completa del mondo.

Venendo al suo background, che cosa l'ha spinta fin da bambina a percorrere la strada dell'ingegneria spaziale? Si era figurata altre possibilità di carriera o il suo obiettivo è sempre stato limpido?

Fin dall’infanzia, le stelle esercitano su di me un fascino irresistibile – da bambina avevo persino un telescopio -, comprendere i segreti dell’universo è sempre stato un mio grande interesse. Tuttavia, la mia curiosità non si fermava al macrocosmo: ero altrettanto affascinata dalla fisica nucleare. E in un certo senso questi due campi rappresentano gli estremi del nostro mondo: da una parte l’immensità, dall’altra l’infinitamente piccolo. Sebbene agli antipodi, entrambe le discipline sondano i misteri della vita e della realtà, svelando come funziona il nostro mondo.

Ho avuto la fortuna di trovare, nel campo delle operazioni spaziali, un ambito in cui posso dare il meglio di me stessa. È un ambiente che richiede un’ampia visione d’insieme e la considerazione di fattori molto diversi tra loro – come per esempio elettronici, meccanici e, a volte, anche sociali. L’importanza dello spirito di squadra è fondamentale, poiché molti dei nostri risultati sono il frutto del lavoro congiunto di più persone. Sono spesso chiamata a risolvere problemi con dati limitati, e questo rappresenta per me una grande motivazione; mi trovo realmente bene in questo ruolo.

Il nostro team varia a seconda delle fasi operative che affrontiamo; ci sono momenti di preparazione più tranquilli e fasi operative e momenti critici che richiedono invece la strettissima collaborazione di una decina di persone. La necessità di interagire con vari settori – come chi sviluppa il software o chi gestisce le antenne per le comunicazioni satellitari – crea un’orchestrazione di più gruppi di lavoro, che devono operare in maniera estremamente sincronizzata.

ExoMars si concentra sulla ricerca di segni di vita su Marte. In che modo pensa che una scoperta in quest’ambito potrebbe cambiare la percezione che abbiamo maturato nei confronti della vita nel nostro sistema solare?

Non credo che cambierebbe: conosciamo già il valore del nostro pianeta e della nostra vita qui. Credo, però, che avere la possibilità di osservarlo da una prospettiva esterna e di comprendere come si sia formata potrebbe offrirci risposte significative. Trovare tracce di vita su Marte potrebbe rispondere a domande riguardanti le nostre origini, gettando luce su come la vita sia emersa anche sulla Terra, ma anche fornirci indicazioni sulla nostra unicità nel cosmo. Potremmo scoprire se il fenomeno della vita – così come lo conosciamo – ha una possibilità di svilupparsi su altri pianeti. Non credo che queste scoperte avrebbero un impatto diretto nelle nostre vite, ma potrebbero certamente arricchire la comprensione delle nostre origini e della nostra posizione nell’universo.

Quali sono le lezioni fondamentali apprese dalle precedenti missioni di ESA verso Marte? E quali sono i prossimi passi previsti dall'ESA nell’esplorazione del pianeta rosso e nello studio del nostro Sistema Solare?

Fino a questo momento abbiamo acquisito una significativa mole di conoscenze, superando con successo le fasi più critiche della missione – come l’inserimento in orbita marziana, procedura che abbiamo già realizzato due volte apportando alcune modifiche per garantirne la sicurezza. Con la prima sonda orbitante del progetto ExoMars abbiamo infatti accumulato preziose informazioni sull’atmosfera marziana. 

Nella fase di aerobraking, per esempio, abbiamo posizionato la sonda all’interno dell’atmosfera marziana orientando i pannelli solari contro l’attrito atmosferico, così da ridurre la sua velocità e raggiungere l’orbita desiderata per le osservazioni scientifiche. La causa di tutto è stata preventivare la mancanza di carburante sufficiente per manovre più convenzionali. Questo approccio ci ha permesso di apprendere molto sulla natura dell’atmosfera di Marte e di imparare dai fallimenti di terze parti verificatisi durante gli atterraggi. Raccogliere dati in tempo reale durante l’atterraggio è vitale, in quanto l’assenza di dati post-incidente sarebbe deleteria.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, possiamo focalizzarci sul Rover: un mezzo unico che potrebbe effettivamente concederci la possibilità di scoprire possibili forme di vita. Il suo trapano, in grado di penetrare fino a due metri sotto la superficie, è progettato per raggiungere zone non esposte alle radiazioni, dove potrebbero trovarsi fossili o forme di vita primordiali. Il lancio è previsto per il 2028.

Infine, stiamo pianificando, in collaborazione con gli USA, un’operazione di recupero di campioni da Marte. Analizzando questi campioni con gli strumenti disponibili sulla Terra puntiamo ad accedere a informazioni inedite e dettagliate.

Quali sono i suoi legami con l’Isola d’Elba? Che cosa l’ha portata qui la prima volta, e cosa la spinge a ritornare?

La mia presenza qui all’Isola d’Elba è frutto di un felice caso, come spesso accade nella vita, e ne sono profondamente lieta. Mi sento infatti legata all’Elba: qui ho frequentato, per diversi anni, una scuola di vela ed è proprio qui che è sbocciato l’amore con mio marito. Ci conoscevamo già, ma è sull’Elba che abbiamo iniziato a vederci in una luce diversa. È stato quindi un grande piacere ritornare in questo luogo che mi è tanto caro. Trovo poi molto stimolante l’idea di Elbaman in veste sia di evento sportivo che come manifestazione culturale. Questi due elementi si integrano perfettamente, dimostrando come la curiosità e la volontà di superare i propri limiti siano essenziali in ogni ambito della nostra vita.

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Fonte: ESA
Fonte: ESA
Fonte: Elbaman
Fonte: Elbaman
Fonte: ESA
Fonte: ESA
ACQUA DELL’ELBA ti accompagna in un viaggio che si snoda fuori dai sentieri battuti e che si fa a grandi passi, lungo bianche spiagge silenziose, o per le strade di collina, ma anche restando fermi, seduti su uno scoglio, ammirando un tramonto.

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