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Collaborazioni

Lettera a un mare chiuso per una società aperta: intervista a Ilaria Guidantoni

In Lettera a un mare chiuso per una società aperta, Ilaria Guidantoni, scrittrice, giornalista e traduttrice, ci accompagna in un viaggio tra le culture, le storie e le tradizioni degli abitanti del Mediterraneo, riflettendo su come questo mare possa tornare un simbolo di apertura e dialogo. Con la sua esperienza e sensibilità, Guidantoni esplora le profonde connessioni marittime della nostra epoca, con una prospettiva unica sul Mediterraneo come ponte di comprensione e cooperazione.

In questa intervista scopriremo l’affascinante storia delle cinque piante sacre del Mediterraneo: la vite, l’olivo, la palma da dattero, il fico e il melograno. Cariche di significati simbolici, queste piante ricoprono infatti un ruolo di primo piano nella storia delle civiltà che hanno prosperato per millenni lungo le coste del nostro mare.

Ciao Ilaria, grazie per essere insieme a noi. Come prima domanda, vorrei chiederti qual è stata la tua principale motivazione durante la scrittura di Lettera a un mare chiuso per una società aperta. Cosa vorresti che i lettori traessero da questo libro?

Dopo aver girovagato nel Mediterraneo, preso parte da lontano e da vicino alle vicende che lo hanno scosso in questi ultimi anni, letto e studiato molto, ho pensato di cercare un filo per cucire una trama che potesse essere un punto di partenza nuovo per me e per chi volesse intraprendere il viaggio nel Mare bianco di mezzo, per dirla con l’espressione araba.

Un modo per creare una sorta di caffè di idee dove dialogare come mostrano anche le testimonianze nella seconda parte del libro. L’idea non è però di rivolgersi solo agli intellettuali o a chi questo mondo lo conosce da vicino e lo vive quanto soprattutto a chi fa in qualche modo parte del grande continente terraqueo qual è il Mediterraneo e ne conosce ben poco.

Il messaggio centrale è di metodo e di contenuto, rispettivamente un invito a studiare a cominciare dalla lingua, dalla ‘grammatica’ della storia di questo ambiente, in una modalità di ascolto, apertura critica, di curiosità verso le storie degli altri; e la responsabilità nella costruzione di una società aperta, dove le differenze siano colte come ricchezza. Tra l’altro, questa la premessa, in un mare chiuso come un lago salato – secondo quanto scriveva in Breviario mediterraneo Predrag Matvejević – in uno spazio definito e limitato la corrispondenza tra le rive è storicamente un dato di fatto, una condizione.

La vite è spesso associata alla convivialità e al vino, simboli importanti nelle culture mediterranee. Qual è l’aneddoto più sorprendente che hai scoperto sulla vite durante le tue ricerche?

Tanti e forse c’è un dato storico che solo di recente si sta diffondendo, che la vite come vitis vinifera, si è radicata e ha dato il primo vino in Armenia e da quel momento il vino ha sempre avuto una duplice simbologia, positiva e negativa per semplificare. In particolare nel mondo arabo si dice che il popolo consumasse vino prima del radicamento dell’Islam e che il profeta Muhammed osservando l’incapacità di controllarsi delle persone alla fine lo abbia proibito.

Secondo alcune interpretazioni del Corano, le famose sette vergini sarebbero sette piante di vite anche perché altrimenti la ricompensa ci sarebbe solo per gli uomini. E qui si apre un capitolo intrigante e si viaggia su un terreno scivoloso, molto diverso da quello che si immagina però.

L'olivo, invece, è un simbolo di pace e longevità. Puoi raccontarci un aneddoto o una leggenda che hai trovato particolarmente significativo riguardo questa pianta?

L’ulivo è ricchezza nonché uno degli ingredienti simbolo della cucina mediterranea che avvicina coste e paesi diversi più che regioni dello stesso, come mostrano giustamente le cartine antiche prima della formazione delle Nazioni. Secondo il mito fu donato direttamente da dio o forse da una dea o da Ercole. Un posto speciale l’ulivo ha nell’Odissea, e precisamente nel libro XXIII quando Odisseo alias Ulisse torna a casa dopo 20 anni di viaggio e Penelope lo mette alla prova spostando il letto che egli stesso aveva costruito, murando una stanza intorno alla pianta nel cortile e poi ornandolo d’oro e argento.

L’ulivo infatti è simbolo d’amore, di fedeltà quant’anche di forza negli anni, di determinazione. Non è un aneddoto ma una riflessione sulla cosiddetta domenica delle Palme che oggi almeno in Europa è vissuta con l’olivo a testimoniare il legame stretto fra le piante del Mediterraneo. E con il legno di ulivo fu costruita la Croce del Cristo.

La palma da dattero ha una presenza importante nelle regioni meridionali del Mediterraneo. Quali tradizioni o usi specifici collegati a essa ti hanno colpito di più?

La palma da dattero segna nel continente africano il confine mediterraneo. Quando diventa da cocco siamo lontani dalla mer bleue, come la chiamano i Francesi. Il dattero è un frutto che sulle tavole europee arriva sulle tavole a Natale come frutta secca dato che la raccolta è a ottobre. Nel sud e nel Medio Oriente si mangia tutto l’anno e non è solo simbolico della rottura del digiuno o Iftar durante il mese del Ramadan. Con il dattero si confezionano sciroppo da usare come il succo d’acero o il miele quale dolcificante; si produce un aceto e un liquore nonché una serie di cosmetici e i noccioli sono addirittura usati come elementi decorativi.

Il fico ricopre un ruolo di rilievo sia nella mitologia che nella gastronomia mediterranea. In che modo, secondo te, rappresenta la ricchezza culturale del Mediterraneo?

Il fico viene considerato un frutto medicamentoso con una virtù terapeutica oltre che nutritiva e non solo in senso fisico ma quale metafora della cura dell’animo e dell’anima. Nella poesia classica c’è il riposo sotto il fico come un ristoro interiore e poi esso appare nel Libro dei Re proprio come nutrimento dell’anima; nel Vangelo nella Parabola omonima che indica la fede ben riposta che permette alla pianta di tornare a fiorire e nutrire; e nel Corano dove c’è una sourah dedicata al fico e all’olivo. Tra l’altro come le altre piante si raccoglie a fine estate-inizio autunno, la stagione del raccolto che è provvista per l’inverno e anche in questo senso ha un suo valore simbolico. Sempre più il fico è usato in modo vario dalla cosmesi alla tavola e in Tunisia ad esempio si confeziona un liquore.

Il melograno viene associato alla fertilità e all'abbondanza. In che modo questa pianta viene celebrata nelle diverse culture del Mediterraneo?

Originario dell’altopiano iranico e dell’Anatolia, nella sponda sud non è percepito come un frutto di lusso, esclusivo a differenza delle nostre tavole e dall’Armenia fino alla Calabria è un simbolo del territorio che ha anche un valore sacro considerato con i suoi chicchi illustrare i precetti nella religione ebraica, la mistica in quella cristiana e i 99 nomi di Dio in quella musulmana.

Nella Bibbia è presente come elemento di fertilità ed è uno degli alberi della Terra Promessa, presente anche nel Paradiso dei musulmani. Sulla tavola ci ha divertito in particolare la melassa di melograna, un prodotto molto particolare, usato in quasi tutte le cucine mediorientali, dall’Iran alla Turchia ai paesi arabi, dove si chiama dibs rumman, e in particolare in Libano e Siria, nota quella di Aleppo. Si tratta di un condimento usato soprattutto nelle preparazioni salate. 

Per concludere, una domanda scaturita dalla lettura: il sabir, di cui parli in Lettera a un mare chiuso per una società aperta, era una lingua franca del Mediterraneo. Un esempio concreto di come la comunicazione possa unire diverse culture. Puoi spiegarci gli sviluppi naturali di questa lingua, e per quali motivi è importante riscoprirla oggi?

A dire il vero lingue franche ne esistevano già e il Sabir si configura come un idioma funzionale a una comunicazione pratica, lingua nata dal basso che si parlava nei porti del Mediterraneo, luogo per eccellenza di scambi commerciali e anche di idee, crocevia di culture.

Oggi è una lingua considerata estinta ed è molto difficile una sua ricostruzione anche se si sa che era molto semplice soprattutto in termini grammaticali. Secondo alcuni studiosi il sabir era parlato tra l’XI secolo e tutto il XIX secolo; mentre secondo altri studiosi è più probabile che nacque tra il XV e il XVI secolo, ovvero quando si formarono le repubbliche corsare – ma sottoposte all’impero turco – di Algeri, in un certo senso la capitale di questa lingua, Tripoli e Tunisi. C’erano alcune varianti ma la più diffusa, anche nel tempo, presentava un lessico al 65-70% italiano, con notevoli e comprensibili influenze liguri e venete e per un 10% spagnolo, con parole di altre lingue mediterranee, quali l’arabo, il catalano, il sardo, il greco, l’occitano, il siciliano e il turco.

L’aspetto più interessante è che sia una lingua creatasi spontaneamente dal basso, diversamente dall’Esperanto e da altri tentativi decisi a tavolini e non a caso falliti. Si racconta che addirittura quando le truppe di Napoleone III arrivarono ad Algeri nel 1830 dovettero piegarsi ad imparare la lingua del popolo. Non è tanto importante e soprattutto poco fattibile recuperarla nel dettaglio quanto fondamentale riscoprirne lo spirito.

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ph. Giuseppe Joh Capozzolo
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Fonte: Shutterstock
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