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Mare immaginario

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Gente di mare

Il marinaio immaginario: una riflessione di Adam Smith

Adam Smith (1723–1790) è perlopiù noto per il suo ruolo nella nascita dell’economia classica, sebbene gran parte delle su ricerche e della sua attività di docente all’Università di Glasgow furono dedicate a temi di filosofia morale.

La sua Teoria dei sentimenti morali ha come perno due concetti principali: la simpatia e l’immaginario spettatore imparziale. Essi servono a giudicare le azioni proprie e altrui e a dirigere il proprio comportamento futuro.

L’esempio del marinaio che Smith introduce è particolarmente rilevante per comprendere alcuni aspetti centrali della sua teoria morale. Secondo l’autore, infatti, gli esseri umani sono portati in modo naturale e necessario a riflettere – a “familiarizzarsi nell’immaginazione” – con i contesti a cui possono essere esposti e a immaginare che cosa proverebbero e come si comporterebbero in tali circostanze. È mediante questo tipo di anticipazione che gli esseri umani imparano a dirigere il proprio comportamento e a essere pronti nel caso in cui quelle situazioni non fossero più solo immaginarie, ma reali.

Oltre al ruolo puramente esemplificativo del marinaio che pensa spesso a tempeste, naufragi e affondamenti, va sottolineata una nota biografica che rende conto della scelta di Smith. Adam Smith nasce a Kirkcaldy, all’epoca un importante porto commerciale scozzese. La città, conosciuta anche come The Lang Toun (“Città Lunga” in scozzese), possiede uno dei lungomari più estesi d’Europa. Non è perciò un caso che Smith proponga come esempio chiave proprio quello del marinaio e dei pericoli del mare. I viaggi, le avventure e i pericoli del mare gli sono certamente noti fin dalla prima infanzia, così come le enormi conoscenze che i viaggi in terre lontane e diverse dalla sua Scozia natale possono portare. Egli fa, inoltre, esperienza di un viaggio della durata di un paio d’anni – tra il 1764 e il 1766 – che lo porta prima a Londra, e poi a Parigi, a Tolosa e a Ginevra, prima di rientrare a Kirkcaldy per lavorare alla stesura della Ricchezza delle nazioni e alla terza edizione della Teoria dei sentimenti morali. Per questi motivi si può immaginare che la scelta dell’esempio del marinaio non sia un caso, ma che Smith sia stato sempre affascinato e abbia subito sin da piccolo l’influenza dal mare, dalle sue possibilità e dai suoi pericoli.

Tornando ora a ciò che il caso del marinaio che necessariamente e naturalmente anticipa le situazioni pericolose in cui potrebbe trovarsi può dirci della teoria morale di Adam Smith, esso è un esempio dell’autoeducazione che, secondo l’autore, consente alle persone di imparare a provare le emozioni appropriate e a comportarsi appropriatamente. Il modo in cui gli altri ci giudicano e in cui noi giudichiamo loro – sia per quanto riguarda le loro reazioni emotive alle circostanze che si trovano a fronteggiare, sia per quel che concerne il loro comportamento e la loro condotta – è osservandoli con un atteggiamento simpatetico. Lo spettatore di una situazione cerca di immedesimarsi con la persona che subisce un certo contesto o che agisce in esso al fine di comprenderla e valutarne emozioni e azioni. Nel momento in cui, invece, vogliamo tentare di comprendere noi stessi, le nostre reazioni emotive e le nostre azioni, dobbiamo in qualche misura interiorizzare quello sguardo, ovvero osservarci come se ci guardassimo dall’esterno. Lo spettatore imparziale è figura dell’immaginazione, nella misura in cui, per comprenderci, è necessario compiere l’esercizio di guardare a noi stessi, alle nostre emozioni e alle nostre azioni così come le guarderebbero gli altri.

“Quando mi sforzo di esaminare la mia condotta, quando cerco di emettere una sentenza su di essa, e l’approvo o la condanno, è evidente che, in tutti i casi, è come se mi sdoppiassi in due persone, e che l’io esaminatore e giudice rappresenta un personaggio differente dall’altro io, e cioè dalla persona la cui condotta viene esaminata e giudicata. Il primo è lo spettatore […].
Il secondo è l’agente”
(A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759, p. 541).

Scritto da

Redazione

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Adam Smith
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