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Viaggi e scoperte

Il colore del mare, il colore del vino: un viaggio attraverso la percezione dei colori nel mondo antico

Di che colore è il mare?
È una domanda che suscita tenerezza, forse perché immaginiamo che a farcela sia un bambino curioso, che ci scruta con occhioni affamati di sapere.

Cosa gli diremmo?
Gli diremmo che il mare è blu.

Lo consideriamo un dato di fatto: diciamo che il mare è blu perché il cielo che si specchia sulle sue acque è anch’esso blu.

E il piccolo se ne andrebbe soddisfatto, carico di un’esperienza nuova. Questo, oggi.
Secoli fa, la risposta a questa domanda non sarebbe stata la stessa.

No, il mare non è sempre stato blu. O meglio, anche se il mare non ha cambiato colore, il modo in cui è stato descritto nella storia, invece, è cambiato, e molto. Così tanto che viene da chiedersi se anche la percezione dell’occhio umano sia cambiata nel tempo.

Bianco, nero, rosso, verde, giallo: i colori per gli antichi

Difficile immaginare qualcosa che non hai mai visto.

I colori, per esempio. I colori degli antichi greci e latini – ma anche per gli egizi e per numerose altre popolazioni di territori allora conosciuti – sono quelli della natura.
Il nero e il bianco, a distinguere la notte dal giorno.
Il verde delle foglie.
La palette di gialli e marroni, ricavata dalla terra.
La porpora dei molluschi e il rosso dell’argilla.
E poi, in alcuni contesti, il blu – ottenuto dalle pietre polverizzate di lapislazzuli.
Ma i lapislazzuli costano cari. Erano prerogativa di re e faraoni, e in generale dei territori tra Egitto e Mesopotamia, dove i lapislazzuli si trovavano con relativa facilità.

E il blu, nell’arte egizia e mediorientale, c’è, eccome – basti pensare al meraviglioso busto di Nefertiti, attualmente a Berlino –, eppure non è il colore che associavano al mare. Il mare era definito “Grande Verde”.

Il colore del mare per i romani

Fiero, alto, gonfio, profondo, impetuoso. Ma anche ondoso, aperto, sconfinato, placido. Sono solo alcuni degli aggettivi che Virgilio, nell’Eneide, utilizza per descrivere il mare.
Nessuna di queste parole ne indica il colore.
Certo, c’è l’aggettivo “caeruleus”, in italiano “ceruleo”. Ma “caeruleus” significa semplicemente “dall’apparenza di cera”, e la cera, se proprio bisogna darle un colore, può essere bianca, gialla o grigiastra, non certo blu.
Nemmeno i romani, per estensione, indicavano il colore del mare come blu.

Un concetto, infinite declinazioni: il mare per i greci

Che lingua ricca di dettagli, il greco. Nei poemi omerici, solo per indicare il mare, vi sono tantissimi vocaboli, ognuno con una sfumatura differente.
Θάλασσα (Thalassa) significa, nella più semplice delle accezioni, distesa di acqua salata. Πόντος (Pontos) enfatizza l’aspetto vasto e profondo del mare.
Πέλαγος (Pelagos), simile a Πόντος, ha una connotazione più turbolenta e mossa. Κύμα (Kyma), letteralmente “onda”, indica il mare in senso figurato, il suo movimento continuo e il suo potere di mutare forma. Ύδωρ θαλάσσης (‘Ydor thalassas), che si traduce con “acqua di mare”, si utilizza in contesti più specifici, quando si vuole distinguere l’acqua del mare da altri tipi di acqua, come l’acqua dolce o l’acqua piovana. Ancora, Άλς (Als), che in origine significa “sale”, è utilizzata per sottolineare il legame del mare con la vita marina.

Anche per i greci gli aggettivi relativi al mare abbondano. Nei poemi omerici e non solo, però, c’è un riferimento particolare al colore del mare: è οἶνοψ πόντος, ovvero “mare che agli occhi ha il colore del vino”.

Il mare che “agli occhi ha il color del vino”

Per gli antichi greci, quindi, il mare ha il colore del vino.
È una definizione che lascia perplessi: che esistesse un vino blu? Probabilmente no. Che i greci fossero tutti daltonici? Anche questa opzione è da scartare.

Se torniamo un momento ai colori più comuni nell’antichità, la gamma di opzioni non è poi così ampia: forse il più grande poeta della storia dell’Occidente ha usato il colore del vino per indicare il mare perché privo di alternative altrettanto valide? Chissà.

Senza impelagarci – per l’appunto – in questioni che probabilmente non avranno risposta, possiamo dare due ulteriori motivazioni. La prima è relativa al legame indissolubile tra il vino e il mare, impersonificato nella figura di Dionisio, Dio del vino, eccellente navigatore.

La seconda, più romantica, richiede un gioco di immaginazione.

Immaginiamo di essere seduti su una spiaggia del mar Mediterraneo, al crepuscolo di un giorno sereno, mentre sorseggiamo un bicchiere di vino.
Alziamo lo sguardo verso l’orizzonte. Ecco che i raggi del sole sfiorano il pelo dell’acqua, e per una manciata di minuti, sfumature rossastre e indaco avvolgono il mare.
Guardiamo poi lo stesso bicchiere che stringiamo nelle mani. Ecco che appaiono quelle stesse sfumature.
E mare e vino diventano un tutt’uno.

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Fonte: Shutterstock
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